mercoledì 2 settembre 2015

Chameleon's Dish - Capitolo X


Secondo Intermezzo

Sono steso sul letto a luci spente.
Le mensole sono così piene di roba che ho dimenticato di mettere in ordine, che sulle pareti si formano ombre frastagliate.
Da bambino quelle ombre mi ricordavano il profilo di misteriosi mostri che volevano uccidermi nel sonno. Chiamavo mio padre perché avevo paura. Ricordo che mio padre mi diceva di non rompere e mi lasciava da solo.
Fisso quella infinità di profili aguzzi sulle pareti della mia stanza e fumo una sigaretta per calmarmi.
Maria diceva sempre che fumare a letto è una brutta abitudine. Non so chi le ha messo in testa l'idea che ci si possa bruciare vivi con un mozzicone caduto su un lenzuolo.
Ho la schiena appoggiata alla spalliera del divanoletto, i cuscini mi fanno sembrare per metà seduto.
Di fronte a me c’è il balcone che dà sul vicolo dal quale entra l'odore umido della strada e puzza di immondizia bruciata.
Fuori al balcone c’è Atropo, immersa in un’atmosfera color arancio alla luce del lampione che mi hanno piazzato proprio lì fuori per rendere le strade più sicure.
Lei è di spalle e non posso fare a meno di guardarle il culo, che sembra tondo e sodo e mi pare che voglia farsi toccare ad ogni costo. Per un istante penso che vorrei prenderla così, alla schiena, lì fuori e fanculo se ci vedono tutti.
Poi lei si gira, nel suo tubino nero, e mi guarda con gli occhi che sembrano voler ridere.
“È un bel volo da qui. Non trovi?”
Appoggia i gomiti alla ringhiera e continua a guardarmi.
“Penso di sì.” Le rispondo cacciando fumo di bocca.
Lei cammina ancheggiando verso di me. Sono pochi passi fino al letto, una stanza troppo stretta, però lei è così lenta che ho l'impressione che quei pochi passi durino un'eternità.
“Hai giusto il tempo di chiederti quanto ci metterai a morire, che già sarai bello che andato.”
Si stende sul letto raggiungendolo dai piedi. Si mette accanto a me, facendo del suo braccio un cuscino . Il cappellino da lutto, quello con la veletta che porta sempre, le si scompone un po’.
Finalmente, penso. Adesso mi sembra quasi umana.
“Appena tocchi terra fai un suono croccante" continua lei "te lo senti vibrare in tutto il corpo, e poi più nulla. Il sangue che scivola dal tuo corpo forma un fiumiciattolo che si insinua nelle fessure del piperno come un fiume. Serpeggia in tutta la discesa, fino all’incrocio più giù, dove si raccoglie in una pozzanghera.”
“Ci metteranno un sacco a lavarlo via.” Le rispondo, spegnendo la sigaretta nel posacenere.
Guardo il balcone vuoto di lei. Quella luce gialla lì fuori mi attira come se fossi diventato improvvisamente una fottuta falena.
“Scommetto che non lo faresti mai” mi dice Atropo. La sua voce ride di me.
Mi alzo dal letto come se fossi un gatto e in due balzi sono già fuori al balcone. Con uno slancio scavalco il basso parapetto di ferro e ho giusto il tempo di pensare “Perché dovrei farlo?”, che sono già con il cuore che mi preme in gola.
Mi sveglio di soprassalto. Affanno come se mi mancasse l’aria e ho bisogno di sedermi. Faccio cadere per terra il posacenere che si spacca. Tengo la testa tra le mani.
Non riesco a togliermi dalla testa quell’istinto di buttarmi giù, quella sensazione di cadere. Guardo il balcone aperto e mi vengono i brividi. Non voglio nemmeno avvicinarmi per chiuderlo, ho paura di quello che potrei fare.
Il gatto miagola e sale sul letto. Si mette vicino a me e fa le fusa.
È rosso con gli occhi verdi, proprio come Atropo.

lunedì 27 luglio 2015

Chameleon's Dish - Capitolo IX


Limone ad azione sgrassante.

Torno a casa.
Sbatto la porta dell’ingresso e inciampo in una sedia.
Non accendo la luce.
Vado direttamente a prendere il telefono. Lascio cadere il casco per terra. Faccio il numero di Maria, mentre sento le braccia che mi formicolano.
Le mie mani sono sporche di sangue, cazzo.
Sono in piedi con la fronte affogata nel braccio, nascondendomi gli occhi. Faccia al muro. In castigo. Mi fa male la testa. Il telefono bussa ma non risponde nessuno.
“Rispondi, cazzo rispondi…”
“Pronto?” Maria dormiva. Me lo ha detto la sua voce.
Non ho il coraggio di parlare. Respiro solo.
“Pronto?”
Dovrei dire qualcosa.
“Al, sei tu?”
“Sì.”
“Stai bene?”
“Ti ho svegliata?”
“Sì.”
“Mi dispiace.”
“Che ti prende? Tutto bene?”
“No.”
Sento dei rumori dall’altra parte. Credo si stia alzando dal letto.
“Vengo da te.”
“No. Non voglio.”
“Amore, che succede?”
 “Io… volevo solo sentire la tua voce.”
“Hai avuto ancora qualche incubo?”
“Sì.”
Non era un incubo.
Maria comincia a dirmi che devo stare tranquillo. Che se voglio possiamo vederci, e fanculo il lavoro domani mattina. Fanculo tutto. Le dico che va tutto bene. Sono solo uno stupido. Va tutto bene. Mi dice che mi ama. Mi dice che mi ama tanto. Poi riaggancio.
Mi sono macchiato la maglietta con il sangue. Forse ho sporcato anche il muro. Vado in bagno e comincio a lavare via tutto, e non si toglie. O forse sì. A me sembra di no. Prendo la spugna della doccia e il sapone per i piatti.
Poche ore prima Carmela mi guardava, inginocchiata per terra, con la faccia sporca della mia sborra. Mi ha trascinato a forza a conoscere le sue amiche. La scusa è stata una stupida festa nel bosco dei Camaldoli dove un gruppo di senegalesi ha deciso di esibirsi facendo musica politicamente impegnata. Roba da mal di testa.
Carmela mi ha visto poco incline alla conversazione, sia con lei che con le sue amiche. Mi si è avvinghiata al collo e mi ha infilato la lingua nell’orecchio. Mi ha afferrato il cazzo con la mano e ha detto “seguimi”. Ci siamo infrattati e me la sono ritrovata inginocchiata per terra mentre mi tirava giù la zip.
Quel posto è pieno di fazzoletti sporchi, chissà quanta gente c’è stata prima di noi.
Poi Carmela si è pulita la faccia, ha buttato i fazzoletti a far compagnia agli altri, e mi a baciato di nuovo, sulla bocca. Mi ha preso per mano e mi ha riportato dalle sue amiche, come fossi una bestia pronta per il sacrificio.
Le sue amiche sono tutte interessate a quello che faccio. Mi hanno fatto un sacco di domande alle quali ho risposto a monosillabi perché non mi andava di gridare: c’era troppo casino. Si sono messi tutti a ballare ma a me non andava. Carmela mi ha detto che sono noioso e ha cominciato a strusciarsi con una sua amica, perché secondo lei così mi sarei mangiato le mani. Io pensavo più alla mia birra calda che a lei.
Quando ce ne siamo andati c’era da camminare un po’ fino al motorino. Carmela era felice come una pasqua e mi teneva per mano, canticchiando roba in senegalese sbagliato, stonando. Era mezza ubriaca.
Il vialetto di merda che portava fuori al bosco dei Camaldoli dalla zona in cui c’era il concerto era fottutamente buio, buio pesto. La gente aveva smesso di arrivare perché era tardi, ma non tardi abbastanza per andare via, quindi era una strada senza anime da incontrare. Rumori inquietanti dappertutto. Non mi è mai piaciuto il buio.
Ci siamo ritrovati un coglione davanti. Sembrava fatto, o troppo poco fatto. Carmela non ha gridato, ha solo smesso di cantare e mi ha stretto le unghie nella mano.
Il tipo mi dice che vuole il telefono. Che vuole tutto. Pure i soldi.
Carmela è già pronta a darglieli, ma io sto troppo rotto il cazzo.
“Senti, non teniamo niente.” Gli dico sfasteriato. Carmela si cerca i soldi nella borsetta e io le strattono il braccio.
Lui tiene una specie di cacciavite in mano. Sembra talmente fuori di testa che mi si rivolta contro. Mi mette una mano in faccia, un dito nell’occhio. Dice qualcosa che non capisco. Sicuramente quel cacciavite non sapeva usarlo. Io ricordo perfettamente la sensazione fisica che ho provato quando, senza pensare, con tutta la forza che tenevo in corpo, me lo sono tolto di dosso con uno spintone.
È caduto per terra. Quel figlio di puttana era solo un disperato.
Non mi viene di pensare, però, che è solo un poveraccio. È lì, per terra. Mi ha rovinato la serata. Figlio di puttana. Comincio a prenderlo a calci nello stomaco, senza dirgli niente. Carmela grida. Non me ne fotte. Quello si lamenta. A me fa incazzare che quello si lamenta e mi ci butto sopra. Comincio a prendergli a pugni quella faccia da stronzo che tiene e che nemmeno riesco a vedere nel buio. Mi fanno male le mani. Continuo a prenderlo a pugni. Carmela grida più forte, fino a quando non sento che mi si aggrappa al braccio.
“Smettila! Basta cazzo smettila!” Sta piangendo.
Mi fanno male le mani e ho paura di aprirle. Sono bagnate, ma non vedo il sangue. A terra il tipo è fermo. Respira.
Carmela mi si fionda tra le braccia, mi continua a dire basta. Mi spinge via. Mi fa alzare da terra. Le metto una mano sulla spalla e solo allora mi accorgo che ho le nocche sporche di sangue.
“Andiamo via”, le dico. Sento che mi trema la voce.
Guido il motorino fin sotto casa di Camela. Lei sta ancora piangendo. Mi dice qualcosa, ma non voglio ascoltare. Riparto senza dire niente e senza farle finire la frase.
Lascio che i miei pensieri si affoghino insieme allo Svelto Piatti nel gorgoglio dello scarico del lavandino. Il bagno puzza di limone ad azione sgrassante.
Mi guardo allo specchio. Ho gli occhi da pazzo allucinato.
Non era un incubo. L’ho fatto davvero. L’ho fatto davvero. 

martedì 21 luglio 2015

Galveston - recensione [contiene SPOILER]


La settimana scorsa ho finito di leggere Galveston, che è un romanzo edito in Italia da Mondadori.
Mi aspettavo di leggere un capolavoro, e quindi questo significa che partivo proprio male. 
Ma andiamo con ordine.



Nic Pizzolatto.
Questo signore con un nome strano e una faccia anche peggio, è uno scrittore e sceneggiatore statunitense di origine italiana (lo dice Wikipedia) che ha creato di recente anche la serie TV di successo "True Detective". 
Ora, la serie tv, almeno la prima stagione, è un capolavoro. Non lo è tanto per quanto riguarda i contenuti, quanto piuttosto per il "come" è stata fatta. Un capolavoro dai titoli di testa (forse i migliori titoli di testa degli ultimi mille anni) alle interpretazioni degli attori. Un "Hard Boiled" da manuale. 
Esatto: da manuale. Il signor Pizzolatto è stato un insegnante all'università. Insegnava proprio "Fiction e letteratura". 
La sensazione che ho avuto nel vedere True Detective è stata: chi ha creato questa serie tv sa esattamente come si costruisce tecnicamente una buona storia.
La sensazione che ho avuto leggendo Galveston è stata: questo è uno che ha seguito un manuale per costruire tecnicamente una storia. 
Quando si costruisce tecnicamente una storia, si ha difficoltà ad avere quel guizzo creativo che rende quella storia un qualcosa di effettivamente unico. Non tutti riescono a rendere una buona storia una bella storia. Fa parte della mia filosofia di vita, roba che si capisce studiando pianoforte: finché sarai preoccupato di ogni singola nota che suoni, non raggiungerai mai una padronanza tale da fare della tua esecuzione una comunicazione artisticamente soddisfacente.
Questo libro mi è sembrato un pappone di americanate mischiato bene, ma dal sapore poco convincente.

Galveston
Il libro racconta una storia americana, molto americana, molto banale, leggermente moralista, di quel tipico moralismo americano e puritano di chi si appassiona a filmetti di serie b d'azione e si scandalizza nel vedere le tette di Janet Jackson durante il Super Bowl. 
La trama la trovate QUI , perché mi scoccio di raccontarvela daccapo. 
Non ci sono buchi nella coerenza della storia, ma in generale non mi ha strappato le mutande. Non mi ha emozionato l'evoluzione (effettiva o presunta) dei personaggi, e non mi è parso un libro con picchi di estro particolarmente elevati. I colpi di scena me li sentivo arrivare con un netto anticipo, e questo va pure bene, perché significa che li ha saputi costruire, come tensione narrativa. Era il colpo di scena in sé il problema: non era un colpo di scena. Era prevedibile. 

I personaggi

Roy Cady: il protagonista è uno scagnozzo di merda che nella sua vita non è mai stato veramente felice, se non quando si drogava con la sua ex a Galveston. 
Che cosa rende una persona infelice? Un'infanzia triste, l'assenza di una figura paterna, una mamma mezza fuori di testa che si suicida, una giovinezza in un istituto dal quale scappa e va a trovare il suo vero padre, che però muore.
Possiamo dire che al nostro scrittore non bastava dare al suo protagonista un solo motivo per fare quello che fa, ma ne ha dovuti trovare un sacco per giustificare moralmente l'idea (questo è il sospetto che ho) di star scrivendo di un poco di buono.
La storia sostanzialmente è una storia di redenzione, come piace tanto agli americani. Il protagonista non ha raccolto la mia personale simpatia, perché probabilmente mal sopporto un certo tipo di debolezze che non mi aiutano ad entrare nella vicenda. La sua volontà di redimersi me lo ha reso un romanticone debole di cuore, un senza palle, un tipo che all'improvviso si caca sotto di stare morendo e non ha niente di meglio da fare che passare il resto dei suoi giorni a sperare di rendere una puttanella senza speranze e senza attributi degna di recuperare la sua esistenza. 
Questo Roy mi ha dato l'impressione di essere un pupazzone di gomma piuma che ragiona come un ragazzino di quindici anni, un personaggio che non è mai cresciuto, un personaggio che piacerebbe a chi pensa"che figo un mostro di uno e novanta che vuole salvare le ragazzine per redimersi!"
Posso affermare che non è il libro che consiglierei a chi si aspetta un conflitto interiore di un personaggio che non sia il tipico conflitto interiore di uno stereotipo uomo da film d'azione degli ultimi anni. Sembra quasi un Leon, però fatto male. 

Rocky: mi sono detta"se non riesco a immedesimarmi nel protagonista, almeno il coprotagonista potrebbe lasciarsi voler bene". Mai pensata cosa più sbagliata.
Rocky è una poveraccia che tiene tutto lei. 
Drogata? Ovvio. 
Zoccola? Ma certo, ha preso una brutta strada. 
Zoccola recidiva? Ovviamente, è la tipica donna debole che è convinta di poter fare solo questo nella vita. 
Naturalmente è stata stuprata dal patrigno, certamente se l'è vista brutta con l'ambiente che la circonda. Ha avuto una figlia dallo stupro, sua madre pure era un po' zoccola ed è sparita. Tutti gli elementi per rendere questa creatura una larva umana ci sono. Il suo modo di reagire alla violenza del mondo è snervante, banale, debole. Non rispecchia precisamente un modello femminile forte.
Forse era una cosa voluta, direte voi. 
L'idea che mi sono fatta leggendo questo libro è che quando un uomo superficiale scrive di una donna, la rende ancora più superficiale di quanto spereresti.
Un personaggio che non solo non è eroico, ma possiamo definire eroicamente banale, privo di spessore. Un tripudio di pensieri stereotipati infilati nella tipica principessina bella e dannata che non vede l'ora di essere salvata.
Il modo in cui la descrive lo scrittore, inoltre, è il tipico modo pseudo romantico maschilista di presentarti una donna che non vede l'ora di essere sopraffatta dalla vita. 
Ho la sensazione che, nella logica di Nic Pizzolatto, la contrapposizione tra questi due personaggi doveva far suscitare qualche scintilla nella testa di chi leggeva. Roy risulta in qualche modo eroico nel suo tentativo di salvare la vita di quella povera anima, mentre lei (che si chiama Rocky e mi fa pensare che anche l'assonanza dei nomi sia voluta) deve farti incazzare perché proprio non ci riesce a capire che può salvarsi. In qualche modo c'è una specie di titanismo in questi due personaggi, ma il fatto che siano personaggi rubacchiati da una serie infinita di storie identiche a queste, rende il loro titanismo piuttosto sterile.

Tutti quelli che vogliono scrivere devono comprendere una lezione importante: tutto è già stato scritto. La maggior parte delle situazioni drammatiche esistono già, le favole, la mitologia, gli stereotipi, sono stati eviscerati in secoli e secoli di letteratura. Ormai la cosa più importante da fare, se si vuole scrivere, è arrendersi a questo dato di fatto e rinunciare al "cosa" per il "come".
Se io voglio raccontare una storia di redenzione, posso farlo in mille modi. La scelta che ha preso Pizzolatto non mi sembra vincente, perché non solo ha scelto un "cosa" piuttosto abusato, ma anche il "come" non mi ha per nulla impressionata.
Ogni personaggio che si rispetti deve avere dei segreti. I segreti di questi personaggi erano segreti di pulcinella. Nulla che non ti saresti aspettato. Segreti che speravi non ti venissero rivelati perché leggendo veramente ci speri che succeda qualcosa che renda questo libro realmente memorabile. E invece no, ti devi fottere.

La struttura
L'unica cosa mediamente creativa di tutto il libro.
C'è un andamento alternante tra passato e presente.Nulla che non sia stato già visto, ma almeno è una particolarità. Il libro, senza questa trovata, sarebbe stato veramente insostenibile.
Nulla che non sia stato già visto, tra l'altro, proprio in True Detective, dove i nostri protagonisti giocano appunto tutto sul raccontarsi a vicenda in un "presente" che ti fa capire che nella narrazione del "passato" qualcosa è andato storto.
In Galveston prima vediamo la situazione iniziale del nostro protagonista,in cui si evince immediatamente il conflitto che fa scattare la molla della storia (il fatto che ha il tumore e deve morire, il fatto che viene quasi fatto fuori). E fin qui ok, l'inizio non è male.
Nella seconda parte vediamo il nostro protagonista molti anni dopo: è diventato un simpatico vecchietto che porta a spasso il cane. Colpo di scena: in realtà non è morto per il tumore.
Bella trovata! Ti poni un sacco di domande su come mai non sia morto e sul perché vada in giro con un cane e senza un occhio.
Viene poi complicata la vicenda con un altro conflitto: qualcuno lo sta cercando. Cosa vorranno mai da questo vecchio?
Il ritmo è buono, la tensione regge. Un ottimo inizio, scrittura piuttosto scorrevole, per le prime pagine ti sembra di avere davanti davvero una cosa scritta bene.
Il problema è che già sai, ma proprio fin dall'inizio te lo senti scendere, che chiunque stia cercando Roy non è per farlo fuori. In pratica, fin dal secondo capitolo sai perfettamente cosa aspettarti dalle ultime pagine. Questo ritmo che hai creato cercando di mettere insieme questi colpi di scena, mescolando le carte, andando avanti e indietro sulla linea temporale, non solo non confonde il lettore, ma il contenuto di tutta la storia è così scontato che tutta la tensione che hai cercato di tirare su scema via come un palloncino che si sgonfia.

Lo stile di scrittura.
Bisogna premettere che ho letto la traduzione in italiano. 
Detto questo è apprezzabile che non faccia periodi minuscoli, come buona parte della letteratura americana e inglese degli ultimi anni.
Ha qualcosa di pulp, il protagonista parla come un Bukowsky ripulito e con un punto di vista da vecchio filosofo che ne ha viste tante.
C'è una specie di auto compiacimento nella scrittura, una mania di descrittivismo emozionale un po' da pippotto mentale, un po' troppi fronzoli, al limite della ricchionata.
Diventa particolarmente snervante immaginarsi un ex scagnozzo della mala appena alfabetizzato che pensa e parla in quel modo. Viene giustificato tutto quasi a fine libro con un "ma io tanto in carcere leggevo un sacco di libri". La scusa non regge, mi è sembrato davvero poco credibile. 

Conclusione.
La sensazione generale che ho avuto nel leggere il libro è che  Nic Pizzolatto abbia scritto una cosa semplice senza troppi picchi di altezza letteraria, una trama poco originale, personaggi scontati. Sembra più un esercizio di scrittura che un romanzo.
Certamente non possiamo dargli addosso per averci provato, e penso anche si sia tirato su dei bei soldi, soprattutto dopo il successo della serie TV.
Il libro è del 2010, quindi immagino che nel frattempo abbia imparato a essere meno banale. Non credo che rileggerei facilmente un suo libro, ma penso che bisognerebbe dargli un'altra possibilità, sperando che sia migliorato nel frattempo, almeno per quanto riguarda l'originalità della trama.
Tutto questo mi fa pensare che quando scrivi tecnicamente bene una storia, con tutti i colpi di scena e il resto al posto giusto, non è detto che venga fuori un capolavoro. Forse manca di estro creativo e questa storia andrebbe bene per farne una serie tv, o un filmetto, ma non credo che abbia la portata di un romanzo, di un'opera letteraria coi controcazzi.
Forse, dopo il successo della serie tv della HBO, bisognerebbe cercare di non divinizzare troppo questo autore e di farlo tornare tra i comuni mortali. Un buon scrittore di serie tv, un buon soggettista, un buono sceneggiatore, non è detto che debba essere un bravo scrittore. O, almeno, non è detto che tutto quello che faccia sia oro.

A chi consiglio di leggerlo: a chi legge perché deve perdere il tempo. A chi piacciono i Thriller con poca azione e con segreti di pulcinella da svelare. Ai fan boy di True Detective. Ai ragazzi, principalmente, alle ragazze un po' meno perché quasi tutti i personaggi femminili (quasi nessuno positivo) del libro sono descritti da un uomo che crede fermamente nella contrapposizione polare tra i due sessi (tema, ahimè, fin troppo superato, a mio parere).

A chi non consiglio di leggerlo: a quelli che, come me, si sono un po' rotti il cazzo di leggere storie tutte uguali. Alle ragazze che non amano personaggi femminili di poco spessore. A chi non è piaciuto True Detective.


lunedì 13 luglio 2015

Chameleon's Dish - Capitolo VIII
















Formicaio.

Carmela scrive uno status su Facebook in cui dice che adora taralli e birra a Mergellina.
Non credevo che le ragazze si conquistassero ancora in questo modo. 
Quando l’ho portata lì mi sono sentito abbastanza in colpa. Quando stavo con Maria quella era la cosa che finivamo a fare quando avevamo bisogno di parlarci un po’.
Lei mi portava vicino al mare per farmi pensare. Diceva che quando guardavo il mare i miei occhi si facevano scuri, i miei pensieri torvi e a lei veniva una gran voglia di tirarmi fuori le parole succhiandomi le labbra.
Avevo portato Carmela lì perché avevo voglia di essere il più lontano possibile dalla mia Bionda e il più vicino possibile ai miei pensieri torvi. Non avrei mai sperato di avere tanto successo.
Le amiche di Carmela scrivono sotto al suo post che vogliono sapere tutto. Lei risponde che è uscita con un tipo misterioso che ha un sacco di storie da raccontare (e poi ci infila un sacco di cuoricini prima e dopo). Mi viene da ridere, perché non ricordo di averle raccontato un cazzo. Credo solo di essermi sparato un sacco di pose, e poi a me riesce bene di fare il poeta maledetto, soprattutto con una ragazzina che non vede l’ora di farsi male.
Il suo post è lì, messo a galleggiare come una trappola. So che lei vorrebbe che io commentassi, e so perfettamente che non lo farò. Non mi piacciono queste cose.
Sto passando un pessimo pomeriggio tiepido davanti al computer. I tasti che Adriano mi ha messo a posto non sono più quelli di una volta. Quando ci batto le dita sopra li sento con un suono diverso, una specie di rimprovero. La bomboletta dell’aria compressa mi guarda male da un angolo della scrivania.
Decido che Ho passato troppo tempo davanti a Facebook e mi metto a guardare dei video di Rihanna che si dimena mezza nuda e per qualche istante penso che le vorrei mangiare il culo.
Il mio libro è a un punto morto. Sto scrivendo di un investigatore che cerca di risolvere il mistero di alcuni bambini fatti a pezzi e ritrovati in alcuni punti della città. Il fatto che io abbia ambientato questa storia a Napoli la rende molto poco credibile. Niente, l’investigatore è finito a un punto morto e forse questo è dovuto al fatto che ancora non ho capito perché hanno rapito i bambini, perché li hanno uccisi e soprattutto perché li hanno sparsi in giro per la città.
Cioè, ci si aspetta che uno che voglia fare lo scrittore sappia cosa voglia scrivere. E invece io no, perché mi sono fissato sull’immagine di un bambino fatto a pezzi e volevo parlare di quello, poi la storia ci sarebbe nata attorno piano piano. E mi sbagliavo, perché forse questa è una storia che da me non vuole essere scritta.
Dopo aver descritto minuziosamente lo studio dell’ispettore Massa, che è sostanzialmente simile a qualsiasi altro studio di ispettore della letteratura di questo genere, e inspiegabilmente simile alla mia casa attuale, chiudo il computer e metto mano alla bomboletta di aria compressa.
Sulle istruzioni d’uso c’è scritto che non si deve usare troppo da vicino. Forse avrei dovuto leggere quelle cose prima di sperimentarlo sulla mia preziosa tastiera. Mi chiedo cosa succeda se me lo punto in un occhio e sparo.
Fuori il tempo è bello, fa caldo, e qualcuno giù nel vicolo fuma erba facendomi venire voglia pure a me.
Delle formiche hanno fatto tana all’angolo del balcone che dà sul terrazzo. Si infilano nei muri, secondo me devono avere un universo immenso nelle intercapedini di tufo di questa casa vecchia. Adesso si stanno fottendo buona parte della scatoletta che ho dato quello stronzo di gatto ieri sera, che ha pensato bene di non mangiare. A quanto pare non gli piacciono le scatolette al pollo.
Mentre guardo le formiche penso che forse un giorno sarò costretto anche io a mangiare scatolette al pollo. Non mi posso permettere manco più le sigarette.
Fumo. Devo fumare.
Mi accendo una Pall Mall blu. Prendo il barattolo con l’aria compressa e comincio ad ammazzare con un getto preciso e ben direzionato una formica alla volta.
Prima penso che sono soldi ben spesi, poi mi sento in colpa. 
Ti immagini a essere una formica? Stai tipo cercando di portare a casa ai tuoi figli un pezzo di fottuto pollo che un gatto di merda non ha voluto, non è che stai rubando, eh. E poi arriva un coglione annoiato che decide di farti fuori. E i tuoi figli cosa penseranno? Si sentiranno in colpa. Se fossero stati abbastanza grandi magari sarebbero morti loro, mentre cercavano di procacciarsi il cibo. Adesso il più grande sarà costretto a trovarsi un lavoro da formica operaio, sottopagato, per permettere a suo fratello di continuare gli studi.
“Certo che ne pensi di stronzate, ragazzino!”
La voce di Atropo mi sorprende che sono ancora in pigiama e canottiera, chinato per terra a quattro zampe, con un mozzicone di sigaretta in bocca e in mano l’arma del delitto. Mi sento patetico.
La guardo dalla mia ingloriosa posizione.
“Da dove sei entrata?”
“Sono come i vampiri: dopo che mi hai invitato a entrare posso fare quello che voglio.”
“Davvero funzionano così i vampiri?”
“Non lo so.”
Mi alzo da terra e mi pulisco le ginocchia. Quel pigiama è rotto e macchiato, forse dovrei metterlo a lavare.
Spengo la sigaretta in un bicchiere di carta pieno d’acqua.
“Giochi a fare il Dio, Al?” Mi chiede la rossa, e pronuncia il mio nome come se volesse ansimarlo.
“Pensavo che ti facessi viva solo di notte. Com’è che sono le cinque e mezza e già rompi il cazzo?”
“Non devi mai dare per scontato le cose. Io vado e vengo come mi pare”.
Si siede sul tavolino minuscolo della cucina, che neppure scricchiola. È un coso pieghevole che ho preso da Ikea. Adriano l’ha dovuto montare lui perché io non ne ero capace, e comunque non mi ha mai dato l’impressione di essere molto solido, perché quando mi ci appoggio coi gomiti per mangiare lo sento pericolante. Invece sotto al peso di quella donna tutta forme non sembra vacillare nemmeno per un attimo.
“Al…”
“Che vuoi?”
“Perché tuo padre non è tuo padre?”
“Perché ha deciso che io non sono un buon figlio”.
Le rispondo indispettito e me ne vado dalla stanza sperando di non trovarmela avanti al cazzo ancora. Lo so che tanto è solo nella mia testa.
Vado al cesso e mi tolgo la canottiera. Mi tolgo pure il pantalone e le mutande e le infilo nel cesto di roba sporca che forse un giorno laverò, o riprenderò così com’è quando non avrò altro da mettermi.
Apro la tenda della doccia e mi ritrovo Atropo, sempre vestita di nero, sempre strizzata nel tubino, sempre con il cappellino da lutto.
“Che diavolo ci fai qui dentro?”
“Ti perseguito, no?”
Mi copro il pisello e mi sento ancora più ridicolo.
“Oh, andiamo, timidone…”
Mi si sporge addosso. Mi mette due mani fredde sulle spalle e poggia la fronte sulla mia.
Il suo cappellino è ruvido sulla mia pelle. Attraverso la veletta guardo gli occhi verdi di… chi cazzo è Atropo? È davvero la morte?
“Dovresti mettere un po’ di ordine nella tua testolina, ragazzino…”
Con la coda dell’occhio guardo l’asciugacapelli lasciato a terra vicino al bidet. Poi guardo la vasca da bagno. C’è una presa non troppo distante, dove dovrei tenere attaccato lo spazzolino da denti elettrico.
“Non lo farai”. Mi dice Atropo.
Poi mi sembra di vedere annebbiato per qualche attimo. Sento freddo.
Mi accascio contro il muro e faccio cadere un barattolo di borotalco che non aveva più niente dentro.
Il rumore mi da sui nervi tanto da farmi riprendere.
Atropo non c’è più.
Mi butto sotto la doccia e basta.


sabato 4 luglio 2015

Taccuino: autoanalisi.


Sono completamente bloccata, un po' a causa dell'esame che sto preparando, un po' a causa di altri fatti che non ho intenzione di rendere pubblici.
Non è un problema di blocco da pagina bianca, è un problema di concentrazione. E' come se tutte le mie energie siano state inghiottite in pensieri che mi portano sempre più lontano dalla trama di Al, per concentrarsi su qualcosa di estremamente più profondo.
Sto finendo dei percorsi, sto acquisendo consapevolezza, e questa cosa mi spiazza completamente.
Ieri ho parlato con Marco di una cosa che tendo a fare. Io analizzo tutto quello che mi circonda, e analizzo tutto quello che faccio. E' come se cercassi di riferire i miei pensieri, azioni, situazioni, a cose "altre", più lontane. Interpreto. Faccio l'analisi del testo a tutto.
Questa cosa non solo mi crea problemi nei rapporti con gli altri, ma si riflette anche in quello che scrivo.
Tutto quello che scrivo ha più di un livello di lettura. Ogni cosa rappresenta qualcos'altro, ha dei riferimenti letterari, ha dei riferimenti psicologici. Al è solo la punta dell'Iceberg, Al è nato come un personaggio estremamente "simbolista" (sebbene non di quel simbolismo che è una corrente culturale, ma un simbolismo più profano).
Io faccio questi riferimenti con coscienza, lo faccio perché sono abituata a tuffarmi in quello che studio, in quello che leggo, ascolto, guardo, e mi faccio un'idea che comincia a fermentarmi dentro fino a quando non trova una via di fuga nella scrittura. Sono sensazioni, stati d'animo, pensieri, emozioni, che non ce la fanno a restare troppo a lungo in silenzio e devono venire fuori.
Mi accorgo che solo scrivendo riesco ad avere pace, come se una volta fissate nero su bianco quelle cose restassero lì alla vista di tutti. Chiunque le può leggere, le può prendere, le può analizzare e fare sue. Per qualche tempo è come se, dopo aver scritto, avessi l'illusione di essermi sbarazzata di quelle cose, come se non facessero più parte di me, come se avessi completato la mia missione. Eppure è un'illusione, questa, perché non faccio altro che avere la sensazione di non aver dato abbastanza, di non aver descritto bene, sono insoddisfatta e atterrita.
Mi viene da pensare che queste cose che macerano dentro, se pure volessi descriverle a voce, non riuscirei a farlo.
Quello che mi ha messo in crisi è l'aver notato che tutti questi riferimenti che io faccio non vengono compresi. E se non vengono capite delle banali citazioni, dei banali riferimenti, per quale motivo la gente dovrebbe riuscire a capire le sensazioni più profonde che voglio trasmettere?
Io so che dentro i miei pensieri c'è una specie di potenza, di eternità, che resta bloccata solo dentro di me, che comprendo solo io, e questa mia incapacità di comunicare verso l'esterno mi fa stare male come se stessi metabolizzando un virus, come se avessi una febbre reumatica.
Sono imprigionata in uno stato di incomunicabilità. Le mie parole sono inadeguate.

Essendo un blog dove vorrei scrivere, ho pensato che il tentativo di descrivere i miei stati d'animo nei momenti in cui non riesco a concentrarmi su una storia precisa da portare avanti, possano aiutarmi in futuro ad analizzare (ma guarda un po') il mio processo creativo.
E' capitato anche in passato che io fossi preda di questa stessa identica sensazione di blocco, e per me potrebbe rappresentare una specie di quiete prima della tempesta.
Forse la mia creatività è come un'onda, e adesso sono nel momento in cui il mare si ritira nel prendere la rincorsa prima di andarsi a infrangere contro una scogliera. Sono nell'inspirazione. Nell'accumulare sensazioni. Verranno fuori in qualche modo, cazzo.

Prima di farequesto post ho cercato di curarmi scrivendo. E' venuta fuori una cosa della quale non sono completamente soddisfatta, ma la posto lo stesso, come se questo fosse un mio taccuino:

Prendi un pensiero fisso, che comincia a girarti in testa e comincia a fare una specie di turbine, un vortice, come quello che inghiotte Ulisse nella Divina Commedia. 
Il vortice è lì, e sono solo parole, una dietro l'altra, alcune confuse, alcune accentate. Ti trascinano verso un buco nero che tu sai che non vuoi raggiungere, perchè qualsiasi cosa ci sia lì dentro non sei sicuro di volerla capire.
Non ce la fai, provi ad aggrapparti a un pensiero che ti è sfrecciato sotto al naso, ma era troppo veloce e sei riuscito ad afferrarti solo a una virgola, che non è una sospensione lunga e quindi non può essere un'ancora sicura. Sguisci via, perché la virgola era un po' viscida come saliva, e continui a cadere giù, come Alice, senza tempo, senza voglia, e poi ti tuffi in quel buio, in quell'abisso e ne sei sopraffatto. Il tuo ultimo sguardo è verso l'alto, quella confusione di parole sembra starti dicendo qualcosa, pensieri, riferimenti, storie, indizi. La tua testa è troppo fottutamente umana per arrivare al nocciolo della questione e tutte quelle parole sai bene che non potranno mai essere usate per spiegare quel buio nel quale sei finito. Lo chiami abisso, lo chiami notte,  lo chiami come cazzo ti pare, ma non può essere nominato, non potrà mai essere capito da altri.
All'improvviso ti accorgi che tu SAI, che hai sentito dentro di te qualcosa che si muoveva, qualcosa di atavico, bestiale, e capisci che cos'è quell'abisso e sai che non potrai mai esprimerlo ad anima viva, perché le tue parole non bastano, perché le loro orecchie non sapranno ascoltare. 


mercoledì 17 giugno 2015

Chameleon's Dish - Addio Capitolo I


Come promesso, ma con il solito ritardo, aggiorno il blog con le modifiche che avevo annunciato in questo post.

Perché odio il Capitolo I?
Perché a volte quando scrivo e devo iniziare un nuovo libro, per riordinarmi le idee scrivo sempre un qualcosa di introduttivo che spieghi un po' situazione e personaggi. E' una cosa che serve principalmente a me stessa, e dopo qualche mese mi fa schifo e lo cancello, accorgendomi che mi serviva solo ad avviare i ragionamenti sulla storia.

Nella scrittura è importante catturare l'attenzione del lettore, e non lo si fa con un capitolo introduttivo, ma con qualcosa di forte che proietti direttamente nell'azione.
Ho davvero bisogno di spiegare che Al ha un carattere di merda? No, è meglio che sia il lettore a capirlo guardando quello che fa.
Ho bisogno di spiegare che è morto suo padre e che si è lasciato con la ragazza? No. Devo farvelo "vedere".
La storia del tradimento può venire fuori in qualsiasi momento e in qualsiasi dialogo, più avanti.

Se io cominciassi invece la storia dal capitolo II (questo), le cose già diventano più intriganti:

1- Siamo proiettati direttamente nell'azione. Non so chi sono questi due che parlano al telefono, ma capisco da quello che si dicono che sono molto in confidenza, che uno dei due non capisce un cazzo di tecnologia e che sono entrambi tifosi del Napoli. [Ci sono cose che non mi convincono anche in questo secondo capitolo, ma non è questo il momento di parlarne. Prometto che lo farò in futuro.]

2- Nel secondo capitolo arriva un personaggio che sconvolge completamente la situazione: Atropo. Non sappiamo più in che genere di storia ci troviamo. Era nata come una specie di commedia, adesso potrebbe trasformarsi in un Noir (Atropo è palesemente un archetipo molto noir, o almeno ho provato a renderla così).

3- Il capitolo si chiude lasciando in sospeso chi sia Atropo, e questo dovrebbe far venire voglia di leggere oltre. Dal terzo capitolo capiremo che Atropo è un personaggio misterioso che mette nella testa di Al il seme del dubbio sulla morte del padre, e già il testo assume un ritmo più interessante, e soprattutto viene dato uno scopo al protagonista.

4- Dal primo capitolo si svelano troppe informazioni che sarebbe invece più consigliabile disseminare in giro lungo tutto il racconto, in modo da centellinare le notizie e creare nel lettore quella voglia di scoprire che possa farlo arrivare alla fine del libro con il sangue agli occhi (sempre che io ci riesca). Ogni capitolo dovrebbe darci un elemento in più per ricostruire il quadro generale della storia.

Non so se verrà mai sostituito questo primo capitolo oppure no, per adesso lo lascio fantasma e non cambio la numerazione di tutto il libro (sennò impazzisco e impazzite pure voi).

Riguardo lo stile di scrittura: noioso. Non mi piace come ho usato il dialogo indiretto.
Al diventa un personaggio troppo pieno di sé, il tipico cretino che vuole fare il bello e dannato, che ormai non si porta più, e pure cornuto.
Simpatica l'idea del compleanno, in effetti penso che la riciclerò da qualche parte, ma un personaggio che si presenta mostrando il lato depresso del suo carattere mi sa che scoccia un po', soprattutto in apertura.
Poi ti viene da chiederti "ok, a questo ci è morto il padre e tiene le corna, perché dovrei leggere la sua storia? Che cosa mi stai promettendo in questo primo - fottuto- capitolo?"
Inoltre sembra un ragazzino che non sa come iniziare la prima pagina del suo diario e quindi comincia a descriversi minuziosamente, mettendo pure i suoi film preferiti.
Pessimo post.

Spero che questa ammissione di colpa possa essere una buona guida alla lettura del blog che, ripeto, vuole offrire tutte le sfaccettature del complesso lavoro di produzione di una storia, compreso il backstage.

Suggerimenti, pareri e domande sono bene accetti!



giovedì 4 giugno 2015

Che cosa è Chameleon's Dish?


Chameleon's Dish Rappresenta il primo di alcuni esperimenti di scrittura che intendevo fare su questo blog.
Siccome in questo momento particolare della mia vita non ho modo di mettermi a tavolino e studiare una trama fatta bene, ma sento sempre più forte la necessità di fare uscire fuori alcune cose che avevo pensato, ho pensato di avviare una sorta di sperimentazione.

La Storia
Non avrete mai la spiegazione della storia di questo personaggio, Al, fino a quando non sarò arrivata a concludere tutto. 
E' una trama alla quale tengo molto e che è nata circa tre anni fa.
Ho scritto una traccia del cosiddetto "What If" su un foglietto e poi l'ho chiusa in un blocco di appunti per un botto di tempo.
Siccome sentivo che certi dialoghi e certi personaggi premevano per venire fuori, ossessionandomi nei momenti di calma, ho deciso di cominciare a scrivere qualcosa di getto, poi ho iniziato a pubblicare tutto quello che mi veniva in mente di volta in volta, settimana per settimana.
Quello che voi vedete in ogni post è il prodotto di una mezz'oretta di scrittura senza rimaneggiamenti. 

Perchè
Sto facendo tutto questo per i seguenti motivi:
1- essendo un blog sperimentale, vorrei sperimentare la mia capacità di inventare un pezzo di racconto a braccio volta dopo volta (in un tempo di circa mezz'ora).
2- vorrei che questo impegno settimanale mi aiutasse a disciplinare la mia scrittura, del tipo che anche quando ho centomila cose da fare deve venire fuori dalla mia testa qualcosa di valido, perché se uno vuole fare lo scrittore di mestiere non può permettersi di aspettare l'ispirazione.
3- l'idea è quella di creare un'opera in divenire, una sorta di libro performativo, in costruzione, nel quale mostrare tutte le fasi successive alla "scrittura di getto", come la cancellazione di alcune parti, la correzione di altre, le inversioni di trama e lo spostamento dei capitoli e della linea temporale della storia.

Perchè un blog
Ora, direte voi, tu tutto questo bordello lo potevi fare pure da sola a casa tua senza rompere il cazzo a nessuno. E pure dite bene. Ma il fatto che io renda pubblica questa cosa rientra anche nella mia sempre presente volontà di mettermi in gioco.
Sono sempre stata affamata di consigli, soprattutto per quanto riguarda la scrittura, perché voglio crescere in questo campo e voglio sentire i pareri delle persone in modo che queste mie esperienze creative non restino dentro un cassetto.
Oltretutto ogni scrittore che si rispetti non può far leggere le sue creature solo a amici e parenti. Il confronto con persone esterne, e che magari non lo conoscono personalmente, non può fare altro che bene.
Il fatto che io scriva a braccio di volta in volta, con al massimo due riletture, rende partecipi i lettori del mio processo creativo.
Ogni settimana, dopo aver scritto un post, rileggo tutto ciò che ho fatto dal primo capitolo. Questo mi permette di avere una visione completa della direzione in cui sto andando, e allo stesso tempo mi permette di mostrarvi cosa passa per la testa di uno scrittore quando scrive. E di solito quando rileggo penso "taglia tutto". 

Cosa succederà dopo questo post
Attualmente, causa esami all'università, non riesco a concentrarmi sulla trama, e quindi sto facendo una sorta di autoanalisi di quanto prodotto fino ad ora. 
Per questo motivo vi aggiorno su una novità: ho intenzione di eliminare il primo capitolo 
A breve vi aggiornerò in merito a questo cambiamento, ma se lo rileggete potrete farvi già un'idea del motivo di questa decisione.