venerdì 2 ottobre 2015

I nerd del sesso [Sunstone volume 1 - recensione]


Cosa c'è di meglio di due lesbiche? Due lesbiche che fanno bdsm.

Se siete dei lettori approssimativi potete approcciare questo fumetto con lo spirito descritto nella prima riga di questo post.
Se invece vi interessa qualcosa che vada oltre la vostra stupida volontà di toccarvi il piripillo (o la pripilla), potete leggere questo fumetto senza preconcetti e con la voglia di osservare qualcosa di particolare, con ottimi disegni, bei colori, senza dar troppo peso a una trama inesistente, ma cercando di farsi coinvolgere dai personaggi e dalle loro stupidissime e talvolta snervanti preoccupazioni.



Stjepan Sejic
È un autore croato che ha fatto carriera con il fantasy. A un certo punto (come scrive proprio lui in un racconto fumettoso circa la genesi di questo ultimo lavoro alla fine di questo primo volume), ha avuto una forte crisi creativa.
Da questa crisi creativa è nata la volontà di mettere in scena qualcosa di nuovo, che in realtà nuovo (per lui) non è, visto che ha ripescato delle vecchissime tavole che risalivano addirittura all'inizio della sua carriera come fumettista.
Buon per lui che ha superato il blocco creativo.
Tutto questo lo ha portato ad aprire un account su Deviantart in cui postava immagini unicamente di pin-up fetish, "niente di serio" (dice lui), puntando tutto sulle immagini erotiche (chiamalo scemo) per avere visibilità.
Da lì due personaggi in particolare sono diventati il tema principale di tutto l'account che nasceva privo di volontà narrativa.
La cosa pare gli sia sfuggita di mano.

Se volete approfondire questo link vi porta alla pagina Deviantart dell'autore: http://shiniez.deviantart.com/

Sunstone 
In questo fumetto si racconta la storia di un amore tra due donne accomunate dalla passione per il bdsm.
Ora, il tema è quello giusto, perché sinceramente è quel genere di temi che "spaccano":
-  Ci sono due donne mezze nude in quasi ogni tavola;
-  Si parla di lesbiche quando l'omosessualità femminile è uno di quei discorsi che sono stati molto complicati da fare negli ultimi anni con una certa serenità (e forse questo è dovuto anche al fatto che di solito quando si parla di lesbiche si finisce per trovarsi attorno una serie di stronzi maschilisti che pensano che essere lesbiche significhi essere delle zoccole);
- Si parla di una pratica sessuale che il grande pubblico demonizza spesso come una stranezza da guardare con la puzza sotto al naso.

Gli ingredienti sono buoni, c'è un problema con la narrazione.
In realtà la storia non è che sia una grande storia, non sembra promettere grossi colpi di scena per i volumi futuri. Sono solo due tipe che si conoscono via internet, si piacciono e poi si incontrano per fare sesso selvaggio. Niente draghi, mostri, colpi di scena imprevisti, azione.
Soprattutto sesso, ma pochissimo sesso. Se ne parla con molta scioltezza, ma nel momento in cui di solito il voyeurismo vorrebbe farti scendere in particolari più scottanti, l'autore sceglie di glissare con eleganza, evitando quindi scene spiacevoli e volgarità non richieste.
Le tavole sono belle, le vignette sono ben gestite, ma è il testo che mi ha creato qualche perplessità:
1- Ci mette 6 tavole per fare uno spiegone introduttivo. Mi ha annoiato da morire, anche perché quasi tutto il fumetto vede la presenza incombente della voce narrante di Lisa, che oltre ad essere ridondante, è veramente prolissa. Di solito quando leggo un fumetto mi piace guardare quello che succede, non guardare quello che succede e leggermi anche la spiegazione di quello che sta succedendo.
2- Noi vediamo il punto di vista di Lisa. La voce narrante è Lisa. Posso accettare di vedere in ogni stramaledetta tavola il trafiletto di testo della voce fuori campo (di Lisa) che mi spiega quello che sto vedendo. Quello che veramente odio nei fumetti è il baloon dei pensieri. Quelli proprio mi fanno incavolare. Ma mi sono veramente snervata quando ho letto anche i pensieri di Ally. E di Alan, l'amico di Ally. Penso che se uno sceglie un punto di vista e una voce narrante, sarebbe più coerente seguirlo per il resto del fumetto. L'ho trovato sciocco.
3- Lisa vuole fare la scrittrice. Vuole scrivere libri fantasy. Ci sono, all'inizio, un paio d vignette dove lei comincia a scrivere e poi si distrae perché pensa al sesso. La scena doveva essere divertente (e a me non ha fatto ridere per niente), ma soprattutto avrei voluto che Sejic si fosse sforzato un po' di più per rendermi credibile la bravura di Lisa, che invece scrive come se stesse in una chat di WOW.
4- Ridondanza. Le ragazze sono entrambe spaventatissime per il primo appuntamento e in 18 tavole ripetono tutte e due le stesse identiche preoccupazioni. In 6 tavole avrebbe potuto dire le stesse cose con meno parole facendomi annoiare di meno.
La ridondanza si avverte anche in altri momenti. Tipo, Ally è una persona un po' sola, questo fatto lo si dice una volta nelle didascalie della voce narrante, un'altra volta lo dice Lisa quando capisce che Ally è una persona sola, un'altra volta glie lo dice in faccia il suo migliore amico che ci tiene tantissimo a dirle che è il suo migliore amico (come se non si fosse capito quando la voce narrante ci ha presentato Alan come il migliore amico di Ally). Mi stava per esplodere la faccia.

I personaggi 



Lisa
La protagonista. Lei racconta la storia, lei la sta scrivendo. La sua voce è quella che fa da filo conduttore per tutto, e talvolta è invadente e snervante. Cerca di essere simpatica e lo fa rendendosi insopportabile, nel suo voler a tutti i costi non dirti una cosa ma girarci attorno con cento parole tutte molto "simpatiche" che allungano il brodo e te la rendono antipatica.
Vuole fare la scrittrice, ma è palese che non sappia scrivere. Se l'autore avesse voluto rendere il personaggio credibile ci avrebbe dovuto lavorare di più.
Delle due è quella con i capelli corti.



Ally
Maniaca dei gadget sessuali, questa tendenza a sperperare i soldi viene giustificata con un furbissimo ma piuttosto sciocco "notevole conto in banca". Sembra una donna in carriera che mi ricorda in maniera sorprendente Bayonetta. Delle due è la dominatrice, sebbene, per come l'ho letta io, mi pare quella più fragile e insicura.
Appassionata di videogiochi, ha un migliore amico insopportabile che se fosse vivo e lo incontrassi per strada lo prenderei a pugni sul naso.
Sono rimasta molto colpita dal fatto che non abbia creato il solito cliché delle coppie lesbo nelle quali una delle due deve fare la parte del maschio. Spero che nei prossimi numeri si mantenga così, anche se il mio intuito mi dice che Ally prenderà questo ruolo. Spero di sbagliarmi.



I disegni
Sono il vero punto forte.
Sono eccezionali, sia nel colore, sia nei modelli, sia nello studio delle espressioni, che trovo estremamente naturali, molto piacevoli e accattivanti.

Conclusione
Tematica e disegni sono ottimi, la storia è inesistente e questo forse a causa anche della nascita "sperimentale" del fumetto. Non ci si legge questo fumetto cercando un capolavoro, ma è un buon passatempo.
È una storia d'amore, in effetti. E sebbene abbia provato in ogni modo a non finire nei soliti stereotipi delle lesbiche, non posso nascondere che credo che alla base di un eventuale successo del fumetto ci sia proprio il fatto che si parli di sesso tra donne. L'importante è che non lo faccia rivolgendosi al solito gruppo di rattusi che non capiscono un cazzo delle tematiche dell'omosessualità, ma lo faccia semplicemente perché è uno dei modi di raccontare una storia d'amore, che può tanto nascere dalla passione per il gioco di ruolo, per la lettura, per i copri teiera in macramè, oppure per una comune passione per una pratica sessuale.

A chi lo consiglio 
A chi vuole passare il tempo con una storia per niente cervellotica. A chi si appassiona alle storie romantiche "moderne". A chi non ha pregiudizi sulla sessualità di qualsiasi genere. A chi piacciono i disegni belli, senza dar troppo peso alla scrittura. A chi sa cos'è il bdsm ma vuole cominciare a capire che la gente che lo pratica non ha un passato traumatico alle spalle o turbe psichiche.

A chi non lo consiglio 
Ai maschilisti. A quelli che vanno cercando di farsi le seghe sui manga. A chi ha qualche problema ad accettare la diversità. A chi pensa di star comprando un manuale di bdsm. A chi sta cercando una storia che parli di sesso e basta.

martedì 15 settembre 2015

Chameleon's Dish - Capitolo XII

EMDR 2

“La prima volta che ho pensato di dover morire è stata da piccolo.”
Dico alla dottoressa. Altalena con le dita davanti ai miei occhi in quella specie di solita strana ipnosi. Non mi ricordo come ci sono arrivato a questo fatto dall’immagine di mio padre morto nel mio letto.
“Non sono sicuro di questa cosa, ma da bambino non volevo diventare grande. Mi terrorizzava l’idea di dover abbandonare… non so nemmeno io che cosa. Non lo so se avevo coscienza del problema delle varie responsabilità che pesano sulle spalle degli adulti. Non so se era una specie di mito l' essere bambini. Forse qualcuno deve avermelo infilato in testa, questo fatto, un po’ come la Signora Darling che credeva fermamente in Peter Pan. Mia mamma è un po’ come la signora Darling.”
La dottoressa mi ascolta continuando a muovere le dita. Mi chiedo se le interessi davvero quello che dico.
“Poi, giusto perché parliamo di Peter Pan, c’era un film: Hook, con Robin Williams. Ha presente?”
“Quello con Dustin Hoffman.” dice la dottoressa.
“Ecco, a un certo punto, inaspettatamente, il motivo del mio aver paura di crescere me lo sento spiattellato con poche parole semplici: io non volevo crescere perché tutti quelli che crescono devono morire”.
“È lì che hai realizzato la paura della morte?”
“No. È lì che ho imparato a spiegare perché non volevo crescere. Però da bambino comunque facevo delle prove generali.”
“Cioè?”
“Mi mettevo nel letto al buio e mi chiedevo cosa significa non pensare, non respirare, smettere di esistere. Magari sembra stupido, ma io cercavo quella sensazione di totale nulla dentro di me e ne ero terrorizzato. Però ne avevo bisogno e appena spegnevo la luce e mi mettevo nel letto la mia testa aveva bisogno di andarsi a infilare nella tana del Bianconiglio, che puzzava di morte. Così finiva che trasformavo la mia paura della morte in paura del buio”.
“Quanti anni avevi?”
“Avevo appena cominciato le elementari, mi pare. Forse sei o sette anni.”
“Eri molto piccolo”.
“Beh, alla fine non mi riuscivo ad addormentare, ma andavo dai miei genitori dicendo che avevo avuto un brutto sogno. Loro mi accoglievano per un po’ nel letto, poi mio padre mi prendeva in braccio e mi portava in camera mia. Io facevo finta di dormire, sapevo perfettamente che mi stavano lasciando solo di nuovo, ma non dicevo niente. Assaporavo quelle che per me erano una strana forma di coccole: mio padre non mi prendeva mai in braccio se non per rimettermi a letto.”
“Questa cosa come ti fa sentire?”
“Non lo so. Nervoso.” E mi accorgo di dondolare di nuovo con le gambe e ho mal di schiena. Mi sento leggermente incurvato, richiuso su me stesso.
“Vai avanti.”
“Niente, qualche volta ho provato a fermarlo prima che tornasse in camera. Gli dicevo che avevo paura del buio e lui mi rispondeva che tutti hanno paura del buio e se ne andava.”
Per un attimo devo frenare una strana sensazione di rabbia che mi sale in gola come se fosse un conato di vomito. Distolgo lo sguardo.
“Come ti senti?”
“Arrabbiato”.
Stringo i pugni.
“Perché?”
“Perché non doveva andarsene. Non doveva lasciarmi solo”.
Quella stronza della dottoressa mi ha portato dove non voglio andare. Dove mi viene da piangere. Stringo i pugni ancora un po’.
“Lasciati andare, se vuoi… qui puoi piangere.”
Faccio no con la testa e mi do il tempo di far scendere quella fitta di dolore. Poi torno a guardare la dottoressa. Lei riprende a muovere la mano.
“Da piccolo più che spingermi in avanti, con la mente, pensando all’idea della morte, pensavo alla non esistenza prima della nascita. Cioè, cercavo di ricordare che cosa ero stato prima di venire al mondo. Ok, lo so, sembra sempre una cosa da pazzi, però io ce la mettevo tutta. Volevo sapere, volevo capire, volevo essere speciale ed essere uno di quei fenomeni da baraccone che finiscono in televisione perché hanno visto Dio o perché hanno ricordato la loro vita passata.”
Non sono del tutto sicuro che lei abbia capito cosa intendo. Forse nemmeno mi crede che a sei anni facevo dei ragionamenti così. Eppure è vero, e forse è per questo che non ho mai legato con i miei coetanei. E nemmeno con quelli più grandi. In realtà non ho mai legato con nessuno e basta.
“Adesso penso solo che forse, sia da piccolo sia adesso, la cosa alla quale proprio non posso arrendermi è che la vita non sia altro che questo. Che non c’è niente di speciale in me, che io semplicemente esisto e un giorno smetterò di esistere e non avrò fatto niente di importante. Il mondo continuerà a morire anche senza di me. Sono completamente ininfluente, impotente.”
“E questo come ti fa sentire?”
“Infinitamente incazzato”.

martedì 8 settembre 2015

Chameleon's Dish - Capitolo XI

Strategie di Mercato 

“Dunque, fammi capire bene” mi dice Adriano afferrando una manciata di noccioline.
“Hai pestato un disgraziato e poi sei tornato a casa e hai chiamato Maria”.
“Aha” rispondo.
Siamo a un bar al Vomero che tiene una specie di giardinetto che ti illude di non essere al centro del traffico di piazza degli artisti. La cameriera che serve ai tavoli è magra, bruna, e Adriano la fissa in una maniera sconcertante.
“Non riesco a capire se sei più stronzo perché hai pestato il tipo o perché hai chiamato la tua ex”.
“Non credevo di essere capace di picchiare un uomo” gli rispondo, mentre fisso il mio bicchiere: un pessimo Gin Tonic.
“Se è per questo nemmeno io ti facevo capace”.
Non so se offendermi o prenderla a ridere. Forse neppure si è accorto che sono molto scosso.
“Guarda che non sto bene per questa cosa” gli faccio. Meglio essere chiari.
Lui se ne sta zitto per un po’ e fissa con pigrizia la cameriera che sorride a un cliente del tavolo accanto mentre gli serve uno sfigatissimo frappè.
All'improvviso mi sento molto solo. Provo una certa empatia per quell'uomo completamente privo di compagnia che si prende un frappè seduto a un tavolino del bar.Mi chiedo se sia un vecchio rituale che fa quando sta con la sua donna o con sua figlia, e in sua assenza ripete l'ordinazione per sentire meno la sua mancanza. Un frappè non è una di quelle cose che ordineresti, da adulto, in solitaria.
“E Carmela?” Mi chiede poi Adriano, strappandomi dalle mie sciocchezze.
“Mi ha scritto una specie di messaggio su FaceBook questa mattina”.
“E che dice?”
“Bah, roba che manco i Teletubbies”
“Ti ha detto ciao?”
“In pratica sì. Dice che non può sopportare la mia indole violenta e che sono una specie di fascista.”
“Ma tu non hai un’indole violenta!”
“E tu che ne sai?”
“Cristo, Al” mi dice, con in bocca delle pessime arachidi sereticce che mi sputa in un’area pericolosamente vicina alla mia faccia “Ti conosco da abbastanza da saperlo!”
“E se stessi cambiando?”
Adriano scuote il capo, inghiotte avidamente un sorso di Negroni.
“Cioè, io non mi sarei fermato. Lo avrei ammazzato di botte.” Aggiungo.
“Calmati e non dire stronzate.” Mi fa lui “Alla fine non l’hai fatto fuori. Hai reagito male, semplicemente. Ne hai parlato con la dottoressa?”
“Non ancora”.
“Beh, fallo. È comunque una di quelle cose che vanno chiarite, no?”
“Hai ragione.”
“Hai una penna?” mi chiede, poi, afferrando un paio di fazzolettini di finta carta che non servono mai a un cazzo.
“Ho una matita” rispondo “perché?”
“Perché cazzo vai in giro con una matita?” Mi fa lui.
“E perché non dovrei?”
“Sei uno scrittore, Al! Gli scrittori portano le penne, non le matite!”
Sbuffo. Afferro la matita che tenevo in tasca e gliela porgo. È una matita di Ikea con il culo tutto smangiucchiato.
“Ma te la porti dietro per mangiarla?” Mi chiede disgustato. "È pure umidiccia..."
“No, è che a volte mi fa male il collo e la tengo tra i denti per…”
“Ho capito, non voglio saperlo.”
Poi Adriano si mette a scrivere qualcosa sul fazzolettino di carta, con un po’ di difficoltà perché la matita non è particolarmente adatta.
“Che stai facendo?”
“Ci salvo la vita, amico mio.”
“È il mio numero di telefono quello?”
“Certo”
“Perché?”
“Vedi, Al” mi dice “In passato, quando volevi farti una tipa, le chiedevi con insistenza il numero di telefono. Quella si sentiva aggredita nella sua intimità e ti dava il numero sbagliato. Così finiva che prendevi pure questioni con qualche vecchia di merda che non capiva che avevi sbagliato numero e ti prendeva per uno che voleva fotterle”.
“E quindi?”
“Quindi, al giorno d’oggi conviene che sia tu a dare il tuo numero di telefono perché la donna, che non si sente aggredita nella sua intimità, abbia la libertà di scegliere se chiamarti o meno e quando stracazzo le pare a lei.”
“E perché le stai dando il mio numero?”
“Perché nella nostra società consumistica la strategia migliore è immettere sul mercato una maggiore offerta. Se do il mio numero E il tuo numero, la ragazza si sentirà invogliata a scegliere, e la possibilità che chiami almeno uno di noi due aumenta.”
“Questa cosa non ha un filo di senso.”

mercoledì 2 settembre 2015

Chameleon's Dish - Capitolo X


Secondo Intermezzo

Sono steso sul letto a luci spente.
Le mensole sono così piene di roba che ho dimenticato di mettere in ordine, che sulle pareti si formano ombre frastagliate.
Da bambino quelle ombre mi ricordavano il profilo di misteriosi mostri che volevano uccidermi nel sonno. Chiamavo mio padre perché avevo paura. Ricordo che mio padre mi diceva di non rompere e mi lasciava da solo.
Fisso quella infinità di profili aguzzi sulle pareti della mia stanza e fumo una sigaretta per calmarmi.
Maria diceva sempre che fumare a letto è una brutta abitudine. Non so chi le ha messo in testa l'idea che ci si possa bruciare vivi con un mozzicone caduto su un lenzuolo.
Ho la schiena appoggiata alla spalliera del divanoletto, i cuscini mi fanno sembrare per metà seduto.
Di fronte a me c’è il balcone che dà sul vicolo dal quale entra l'odore umido della strada e puzza di immondizia bruciata.
Fuori al balcone c’è Atropo, immersa in un’atmosfera color arancio alla luce del lampione che mi hanno piazzato proprio lì fuori per rendere le strade più sicure.
Lei è di spalle e non posso fare a meno di guardarle il culo, che sembra tondo e sodo e mi pare che voglia farsi toccare ad ogni costo. Per un istante penso che vorrei prenderla così, alla schiena, lì fuori e fanculo se ci vedono tutti.
Poi lei si gira, nel suo tubino nero, e mi guarda con gli occhi che sembrano voler ridere.
“È un bel volo da qui. Non trovi?”
Appoggia i gomiti alla ringhiera e continua a guardarmi.
“Penso di sì.” Le rispondo cacciando fumo di bocca.
Lei cammina ancheggiando verso di me. Sono pochi passi fino al letto, una stanza troppo stretta, però lei è così lenta che ho l'impressione che quei pochi passi durino un'eternità.
“Hai giusto il tempo di chiederti quanto ci metterai a morire, che già sarai bello che andato.”
Si stende sul letto raggiungendolo dai piedi. Si mette accanto a me, facendo del suo braccio un cuscino . Il cappellino da lutto, quello con la veletta che porta sempre, le si scompone un po’.
Finalmente, penso. Adesso mi sembra quasi umana.
“Appena tocchi terra fai un suono croccante" continua lei "te lo senti vibrare in tutto il corpo, e poi più nulla. Il sangue che scivola dal tuo corpo forma un fiumiciattolo che si insinua nelle fessure del piperno come un fiume. Serpeggia in tutta la discesa, fino all’incrocio più giù, dove si raccoglie in una pozzanghera.”
“Ci metteranno un sacco a lavarlo via.” Le rispondo, spegnendo la sigaretta nel posacenere.
Guardo il balcone vuoto di lei. Quella luce gialla lì fuori mi attira come se fossi diventato improvvisamente una fottuta falena.
“Scommetto che non lo faresti mai” mi dice Atropo. La sua voce ride di me.
Mi alzo dal letto come se fossi un gatto e in due balzi sono già fuori al balcone. Con uno slancio scavalco il basso parapetto di ferro e ho giusto il tempo di pensare “Perché dovrei farlo?”, che sono già con il cuore che mi preme in gola.
Mi sveglio di soprassalto. Affanno come se mi mancasse l’aria e ho bisogno di sedermi. Faccio cadere per terra il posacenere che si spacca. Tengo la testa tra le mani.
Non riesco a togliermi dalla testa quell’istinto di buttarmi giù, quella sensazione di cadere. Guardo il balcone aperto e mi vengono i brividi. Non voglio nemmeno avvicinarmi per chiuderlo, ho paura di quello che potrei fare.
Il gatto miagola e sale sul letto. Si mette vicino a me e fa le fusa.
È rosso con gli occhi verdi, proprio come Atropo.

lunedì 27 luglio 2015

Chameleon's Dish - Capitolo IX


Limone ad azione sgrassante.

Torno a casa.
Sbatto la porta dell’ingresso e inciampo in una sedia.
Non accendo la luce.
Vado direttamente a prendere il telefono. Lascio cadere il casco per terra. Faccio il numero di Maria, mentre sento le braccia che mi formicolano.
Le mie mani sono sporche di sangue, cazzo.
Sono in piedi con la fronte affogata nel braccio, nascondendomi gli occhi. Faccia al muro. In castigo. Mi fa male la testa. Il telefono bussa ma non risponde nessuno.
“Rispondi, cazzo rispondi…”
“Pronto?” Maria dormiva. Me lo ha detto la sua voce.
Non ho il coraggio di parlare. Respiro solo.
“Pronto?”
Dovrei dire qualcosa.
“Al, sei tu?”
“Sì.”
“Stai bene?”
“Ti ho svegliata?”
“Sì.”
“Mi dispiace.”
“Che ti prende? Tutto bene?”
“No.”
Sento dei rumori dall’altra parte. Credo si stia alzando dal letto.
“Vengo da te.”
“No. Non voglio.”
“Amore, che succede?”
 “Io… volevo solo sentire la tua voce.”
“Hai avuto ancora qualche incubo?”
“Sì.”
Non era un incubo.
Maria comincia a dirmi che devo stare tranquillo. Che se voglio possiamo vederci, e fanculo il lavoro domani mattina. Fanculo tutto. Le dico che va tutto bene. Sono solo uno stupido. Va tutto bene. Mi dice che mi ama. Mi dice che mi ama tanto. Poi riaggancio.
Mi sono macchiato la maglietta con il sangue. Forse ho sporcato anche il muro. Vado in bagno e comincio a lavare via tutto, e non si toglie. O forse sì. A me sembra di no. Prendo la spugna della doccia e il sapone per i piatti.
Poche ore prima Carmela mi guardava, inginocchiata per terra, con la faccia sporca della mia sborra. Mi ha trascinato a forza a conoscere le sue amiche. La scusa è stata una stupida festa nel bosco dei Camaldoli dove un gruppo di senegalesi ha deciso di esibirsi facendo musica politicamente impegnata. Roba da mal di testa.
Carmela mi ha visto poco incline alla conversazione, sia con lei che con le sue amiche. Mi si è avvinghiata al collo e mi ha infilato la lingua nell’orecchio. Mi ha afferrato il cazzo con la mano e ha detto “seguimi”. Ci siamo infrattati e me la sono ritrovata inginocchiata per terra mentre mi tirava giù la zip.
Quel posto è pieno di fazzoletti sporchi, chissà quanta gente c’è stata prima di noi.
Poi Carmela si è pulita la faccia, ha buttato i fazzoletti a far compagnia agli altri, e mi a baciato di nuovo, sulla bocca. Mi ha preso per mano e mi ha riportato dalle sue amiche, come fossi una bestia pronta per il sacrificio.
Le sue amiche sono tutte interessate a quello che faccio. Mi hanno fatto un sacco di domande alle quali ho risposto a monosillabi perché non mi andava di gridare: c’era troppo casino. Si sono messi tutti a ballare ma a me non andava. Carmela mi ha detto che sono noioso e ha cominciato a strusciarsi con una sua amica, perché secondo lei così mi sarei mangiato le mani. Io pensavo più alla mia birra calda che a lei.
Quando ce ne siamo andati c’era da camminare un po’ fino al motorino. Carmela era felice come una pasqua e mi teneva per mano, canticchiando roba in senegalese sbagliato, stonando. Era mezza ubriaca.
Il vialetto di merda che portava fuori al bosco dei Camaldoli dalla zona in cui c’era il concerto era fottutamente buio, buio pesto. La gente aveva smesso di arrivare perché era tardi, ma non tardi abbastanza per andare via, quindi era una strada senza anime da incontrare. Rumori inquietanti dappertutto. Non mi è mai piaciuto il buio.
Ci siamo ritrovati un coglione davanti. Sembrava fatto, o troppo poco fatto. Carmela non ha gridato, ha solo smesso di cantare e mi ha stretto le unghie nella mano.
Il tipo mi dice che vuole il telefono. Che vuole tutto. Pure i soldi.
Carmela è già pronta a darglieli, ma io sto troppo rotto il cazzo.
“Senti, non teniamo niente.” Gli dico sfasteriato. Carmela si cerca i soldi nella borsetta e io le strattono il braccio.
Lui tiene una specie di cacciavite in mano. Sembra talmente fuori di testa che mi si rivolta contro. Mi mette una mano in faccia, un dito nell’occhio. Dice qualcosa che non capisco. Sicuramente quel cacciavite non sapeva usarlo. Io ricordo perfettamente la sensazione fisica che ho provato quando, senza pensare, con tutta la forza che tenevo in corpo, me lo sono tolto di dosso con uno spintone.
È caduto per terra. Quel figlio di puttana era solo un disperato.
Non mi viene di pensare, però, che è solo un poveraccio. È lì, per terra. Mi ha rovinato la serata. Figlio di puttana. Comincio a prenderlo a calci nello stomaco, senza dirgli niente. Carmela grida. Non me ne fotte. Quello si lamenta. A me fa incazzare che quello si lamenta e mi ci butto sopra. Comincio a prendergli a pugni quella faccia da stronzo che tiene e che nemmeno riesco a vedere nel buio. Mi fanno male le mani. Continuo a prenderlo a pugni. Carmela grida più forte, fino a quando non sento che mi si aggrappa al braccio.
“Smettila! Basta cazzo smettila!” Sta piangendo.
Mi fanno male le mani e ho paura di aprirle. Sono bagnate, ma non vedo il sangue. A terra il tipo è fermo. Respira.
Carmela mi si fionda tra le braccia, mi continua a dire basta. Mi spinge via. Mi fa alzare da terra. Le metto una mano sulla spalla e solo allora mi accorgo che ho le nocche sporche di sangue.
“Andiamo via”, le dico. Sento che mi trema la voce.
Guido il motorino fin sotto casa di Camela. Lei sta ancora piangendo. Mi dice qualcosa, ma non voglio ascoltare. Riparto senza dire niente e senza farle finire la frase.
Lascio che i miei pensieri si affoghino insieme allo Svelto Piatti nel gorgoglio dello scarico del lavandino. Il bagno puzza di limone ad azione sgrassante.
Mi guardo allo specchio. Ho gli occhi da pazzo allucinato.
Non era un incubo. L’ho fatto davvero. L’ho fatto davvero. 

martedì 21 luglio 2015

Galveston - recensione [contiene SPOILER]


La settimana scorsa ho finito di leggere Galveston, che è un romanzo edito in Italia da Mondadori.
Mi aspettavo di leggere un capolavoro, e quindi questo significa che partivo proprio male. 
Ma andiamo con ordine.



Nic Pizzolatto.
Questo signore con un nome strano e una faccia anche peggio, è uno scrittore e sceneggiatore statunitense di origine italiana (lo dice Wikipedia) che ha creato di recente anche la serie TV di successo "True Detective". 
Ora, la serie tv, almeno la prima stagione, è un capolavoro. Non lo è tanto per quanto riguarda i contenuti, quanto piuttosto per il "come" è stata fatta. Un capolavoro dai titoli di testa (forse i migliori titoli di testa degli ultimi mille anni) alle interpretazioni degli attori. Un "Hard Boiled" da manuale. 
Esatto: da manuale. Il signor Pizzolatto è stato un insegnante all'università. Insegnava proprio "Fiction e letteratura". 
La sensazione che ho avuto nel vedere True Detective è stata: chi ha creato questa serie tv sa esattamente come si costruisce tecnicamente una buona storia.
La sensazione che ho avuto leggendo Galveston è stata: questo è uno che ha seguito un manuale per costruire tecnicamente una storia. 
Quando si costruisce tecnicamente una storia, si ha difficoltà ad avere quel guizzo creativo che rende quella storia un qualcosa di effettivamente unico. Non tutti riescono a rendere una buona storia una bella storia. Fa parte della mia filosofia di vita, roba che si capisce studiando pianoforte: finché sarai preoccupato di ogni singola nota che suoni, non raggiungerai mai una padronanza tale da fare della tua esecuzione una comunicazione artisticamente soddisfacente.
Questo libro mi è sembrato un pappone di americanate mischiato bene, ma dal sapore poco convincente.

Galveston
Il libro racconta una storia americana, molto americana, molto banale, leggermente moralista, di quel tipico moralismo americano e puritano di chi si appassiona a filmetti di serie b d'azione e si scandalizza nel vedere le tette di Janet Jackson durante il Super Bowl. 
La trama la trovate QUI , perché mi scoccio di raccontarvela daccapo. 
Non ci sono buchi nella coerenza della storia, ma in generale non mi ha strappato le mutande. Non mi ha emozionato l'evoluzione (effettiva o presunta) dei personaggi, e non mi è parso un libro con picchi di estro particolarmente elevati. I colpi di scena me li sentivo arrivare con un netto anticipo, e questo va pure bene, perché significa che li ha saputi costruire, come tensione narrativa. Era il colpo di scena in sé il problema: non era un colpo di scena. Era prevedibile. 

I personaggi

Roy Cady: il protagonista è uno scagnozzo di merda che nella sua vita non è mai stato veramente felice, se non quando si drogava con la sua ex a Galveston. 
Che cosa rende una persona infelice? Un'infanzia triste, l'assenza di una figura paterna, una mamma mezza fuori di testa che si suicida, una giovinezza in un istituto dal quale scappa e va a trovare il suo vero padre, che però muore.
Possiamo dire che al nostro scrittore non bastava dare al suo protagonista un solo motivo per fare quello che fa, ma ne ha dovuti trovare un sacco per giustificare moralmente l'idea (questo è il sospetto che ho) di star scrivendo di un poco di buono.
La storia sostanzialmente è una storia di redenzione, come piace tanto agli americani. Il protagonista non ha raccolto la mia personale simpatia, perché probabilmente mal sopporto un certo tipo di debolezze che non mi aiutano ad entrare nella vicenda. La sua volontà di redimersi me lo ha reso un romanticone debole di cuore, un senza palle, un tipo che all'improvviso si caca sotto di stare morendo e non ha niente di meglio da fare che passare il resto dei suoi giorni a sperare di rendere una puttanella senza speranze e senza attributi degna di recuperare la sua esistenza. 
Questo Roy mi ha dato l'impressione di essere un pupazzone di gomma piuma che ragiona come un ragazzino di quindici anni, un personaggio che non è mai cresciuto, un personaggio che piacerebbe a chi pensa"che figo un mostro di uno e novanta che vuole salvare le ragazzine per redimersi!"
Posso affermare che non è il libro che consiglierei a chi si aspetta un conflitto interiore di un personaggio che non sia il tipico conflitto interiore di uno stereotipo uomo da film d'azione degli ultimi anni. Sembra quasi un Leon, però fatto male. 

Rocky: mi sono detta"se non riesco a immedesimarmi nel protagonista, almeno il coprotagonista potrebbe lasciarsi voler bene". Mai pensata cosa più sbagliata.
Rocky è una poveraccia che tiene tutto lei. 
Drogata? Ovvio. 
Zoccola? Ma certo, ha preso una brutta strada. 
Zoccola recidiva? Ovviamente, è la tipica donna debole che è convinta di poter fare solo questo nella vita. 
Naturalmente è stata stuprata dal patrigno, certamente se l'è vista brutta con l'ambiente che la circonda. Ha avuto una figlia dallo stupro, sua madre pure era un po' zoccola ed è sparita. Tutti gli elementi per rendere questa creatura una larva umana ci sono. Il suo modo di reagire alla violenza del mondo è snervante, banale, debole. Non rispecchia precisamente un modello femminile forte.
Forse era una cosa voluta, direte voi. 
L'idea che mi sono fatta leggendo questo libro è che quando un uomo superficiale scrive di una donna, la rende ancora più superficiale di quanto spereresti.
Un personaggio che non solo non è eroico, ma possiamo definire eroicamente banale, privo di spessore. Un tripudio di pensieri stereotipati infilati nella tipica principessina bella e dannata che non vede l'ora di essere salvata.
Il modo in cui la descrive lo scrittore, inoltre, è il tipico modo pseudo romantico maschilista di presentarti una donna che non vede l'ora di essere sopraffatta dalla vita. 
Ho la sensazione che, nella logica di Nic Pizzolatto, la contrapposizione tra questi due personaggi doveva far suscitare qualche scintilla nella testa di chi leggeva. Roy risulta in qualche modo eroico nel suo tentativo di salvare la vita di quella povera anima, mentre lei (che si chiama Rocky e mi fa pensare che anche l'assonanza dei nomi sia voluta) deve farti incazzare perché proprio non ci riesce a capire che può salvarsi. In qualche modo c'è una specie di titanismo in questi due personaggi, ma il fatto che siano personaggi rubacchiati da una serie infinita di storie identiche a queste, rende il loro titanismo piuttosto sterile.

Tutti quelli che vogliono scrivere devono comprendere una lezione importante: tutto è già stato scritto. La maggior parte delle situazioni drammatiche esistono già, le favole, la mitologia, gli stereotipi, sono stati eviscerati in secoli e secoli di letteratura. Ormai la cosa più importante da fare, se si vuole scrivere, è arrendersi a questo dato di fatto e rinunciare al "cosa" per il "come".
Se io voglio raccontare una storia di redenzione, posso farlo in mille modi. La scelta che ha preso Pizzolatto non mi sembra vincente, perché non solo ha scelto un "cosa" piuttosto abusato, ma anche il "come" non mi ha per nulla impressionata.
Ogni personaggio che si rispetti deve avere dei segreti. I segreti di questi personaggi erano segreti di pulcinella. Nulla che non ti saresti aspettato. Segreti che speravi non ti venissero rivelati perché leggendo veramente ci speri che succeda qualcosa che renda questo libro realmente memorabile. E invece no, ti devi fottere.

La struttura
L'unica cosa mediamente creativa di tutto il libro.
C'è un andamento alternante tra passato e presente.Nulla che non sia stato già visto, ma almeno è una particolarità. Il libro, senza questa trovata, sarebbe stato veramente insostenibile.
Nulla che non sia stato già visto, tra l'altro, proprio in True Detective, dove i nostri protagonisti giocano appunto tutto sul raccontarsi a vicenda in un "presente" che ti fa capire che nella narrazione del "passato" qualcosa è andato storto.
In Galveston prima vediamo la situazione iniziale del nostro protagonista,in cui si evince immediatamente il conflitto che fa scattare la molla della storia (il fatto che ha il tumore e deve morire, il fatto che viene quasi fatto fuori). E fin qui ok, l'inizio non è male.
Nella seconda parte vediamo il nostro protagonista molti anni dopo: è diventato un simpatico vecchietto che porta a spasso il cane. Colpo di scena: in realtà non è morto per il tumore.
Bella trovata! Ti poni un sacco di domande su come mai non sia morto e sul perché vada in giro con un cane e senza un occhio.
Viene poi complicata la vicenda con un altro conflitto: qualcuno lo sta cercando. Cosa vorranno mai da questo vecchio?
Il ritmo è buono, la tensione regge. Un ottimo inizio, scrittura piuttosto scorrevole, per le prime pagine ti sembra di avere davanti davvero una cosa scritta bene.
Il problema è che già sai, ma proprio fin dall'inizio te lo senti scendere, che chiunque stia cercando Roy non è per farlo fuori. In pratica, fin dal secondo capitolo sai perfettamente cosa aspettarti dalle ultime pagine. Questo ritmo che hai creato cercando di mettere insieme questi colpi di scena, mescolando le carte, andando avanti e indietro sulla linea temporale, non solo non confonde il lettore, ma il contenuto di tutta la storia è così scontato che tutta la tensione che hai cercato di tirare su scema via come un palloncino che si sgonfia.

Lo stile di scrittura.
Bisogna premettere che ho letto la traduzione in italiano. 
Detto questo è apprezzabile che non faccia periodi minuscoli, come buona parte della letteratura americana e inglese degli ultimi anni.
Ha qualcosa di pulp, il protagonista parla come un Bukowsky ripulito e con un punto di vista da vecchio filosofo che ne ha viste tante.
C'è una specie di auto compiacimento nella scrittura, una mania di descrittivismo emozionale un po' da pippotto mentale, un po' troppi fronzoli, al limite della ricchionata.
Diventa particolarmente snervante immaginarsi un ex scagnozzo della mala appena alfabetizzato che pensa e parla in quel modo. Viene giustificato tutto quasi a fine libro con un "ma io tanto in carcere leggevo un sacco di libri". La scusa non regge, mi è sembrato davvero poco credibile. 

Conclusione.
La sensazione generale che ho avuto nel leggere il libro è che  Nic Pizzolatto abbia scritto una cosa semplice senza troppi picchi di altezza letteraria, una trama poco originale, personaggi scontati. Sembra più un esercizio di scrittura che un romanzo.
Certamente non possiamo dargli addosso per averci provato, e penso anche si sia tirato su dei bei soldi, soprattutto dopo il successo della serie TV.
Il libro è del 2010, quindi immagino che nel frattempo abbia imparato a essere meno banale. Non credo che rileggerei facilmente un suo libro, ma penso che bisognerebbe dargli un'altra possibilità, sperando che sia migliorato nel frattempo, almeno per quanto riguarda l'originalità della trama.
Tutto questo mi fa pensare che quando scrivi tecnicamente bene una storia, con tutti i colpi di scena e il resto al posto giusto, non è detto che venga fuori un capolavoro. Forse manca di estro creativo e questa storia andrebbe bene per farne una serie tv, o un filmetto, ma non credo che abbia la portata di un romanzo, di un'opera letteraria coi controcazzi.
Forse, dopo il successo della serie tv della HBO, bisognerebbe cercare di non divinizzare troppo questo autore e di farlo tornare tra i comuni mortali. Un buon scrittore di serie tv, un buon soggettista, un buono sceneggiatore, non è detto che debba essere un bravo scrittore. O, almeno, non è detto che tutto quello che faccia sia oro.

A chi consiglio di leggerlo: a chi legge perché deve perdere il tempo. A chi piacciono i Thriller con poca azione e con segreti di pulcinella da svelare. Ai fan boy di True Detective. Ai ragazzi, principalmente, alle ragazze un po' meno perché quasi tutti i personaggi femminili (quasi nessuno positivo) del libro sono descritti da un uomo che crede fermamente nella contrapposizione polare tra i due sessi (tema, ahimè, fin troppo superato, a mio parere).

A chi non consiglio di leggerlo: a quelli che, come me, si sono un po' rotti il cazzo di leggere storie tutte uguali. Alle ragazze che non amano personaggi femminili di poco spessore. A chi non è piaciuto True Detective.


lunedì 13 luglio 2015

Chameleon's Dish - Capitolo VIII
















Formicaio.

Carmela scrive uno status su Facebook in cui dice che adora taralli e birra a Mergellina.
Non credevo che le ragazze si conquistassero ancora in questo modo. 
Quando l’ho portata lì mi sono sentito abbastanza in colpa. Quando stavo con Maria quella era la cosa che finivamo a fare quando avevamo bisogno di parlarci un po’.
Lei mi portava vicino al mare per farmi pensare. Diceva che quando guardavo il mare i miei occhi si facevano scuri, i miei pensieri torvi e a lei veniva una gran voglia di tirarmi fuori le parole succhiandomi le labbra.
Avevo portato Carmela lì perché avevo voglia di essere il più lontano possibile dalla mia Bionda e il più vicino possibile ai miei pensieri torvi. Non avrei mai sperato di avere tanto successo.
Le amiche di Carmela scrivono sotto al suo post che vogliono sapere tutto. Lei risponde che è uscita con un tipo misterioso che ha un sacco di storie da raccontare (e poi ci infila un sacco di cuoricini prima e dopo). Mi viene da ridere, perché non ricordo di averle raccontato un cazzo. Credo solo di essermi sparato un sacco di pose, e poi a me riesce bene di fare il poeta maledetto, soprattutto con una ragazzina che non vede l’ora di farsi male.
Il suo post è lì, messo a galleggiare come una trappola. So che lei vorrebbe che io commentassi, e so perfettamente che non lo farò. Non mi piacciono queste cose.
Sto passando un pessimo pomeriggio tiepido davanti al computer. I tasti che Adriano mi ha messo a posto non sono più quelli di una volta. Quando ci batto le dita sopra li sento con un suono diverso, una specie di rimprovero. La bomboletta dell’aria compressa mi guarda male da un angolo della scrivania.
Decido che Ho passato troppo tempo davanti a Facebook e mi metto a guardare dei video di Rihanna che si dimena mezza nuda e per qualche istante penso che le vorrei mangiare il culo.
Il mio libro è a un punto morto. Sto scrivendo di un investigatore che cerca di risolvere il mistero di alcuni bambini fatti a pezzi e ritrovati in alcuni punti della città. Il fatto che io abbia ambientato questa storia a Napoli la rende molto poco credibile. Niente, l’investigatore è finito a un punto morto e forse questo è dovuto al fatto che ancora non ho capito perché hanno rapito i bambini, perché li hanno uccisi e soprattutto perché li hanno sparsi in giro per la città.
Cioè, ci si aspetta che uno che voglia fare lo scrittore sappia cosa voglia scrivere. E invece io no, perché mi sono fissato sull’immagine di un bambino fatto a pezzi e volevo parlare di quello, poi la storia ci sarebbe nata attorno piano piano. E mi sbagliavo, perché forse questa è una storia che da me non vuole essere scritta.
Dopo aver descritto minuziosamente lo studio dell’ispettore Massa, che è sostanzialmente simile a qualsiasi altro studio di ispettore della letteratura di questo genere, e inspiegabilmente simile alla mia casa attuale, chiudo il computer e metto mano alla bomboletta di aria compressa.
Sulle istruzioni d’uso c’è scritto che non si deve usare troppo da vicino. Forse avrei dovuto leggere quelle cose prima di sperimentarlo sulla mia preziosa tastiera. Mi chiedo cosa succeda se me lo punto in un occhio e sparo.
Fuori il tempo è bello, fa caldo, e qualcuno giù nel vicolo fuma erba facendomi venire voglia pure a me.
Delle formiche hanno fatto tana all’angolo del balcone che dà sul terrazzo. Si infilano nei muri, secondo me devono avere un universo immenso nelle intercapedini di tufo di questa casa vecchia. Adesso si stanno fottendo buona parte della scatoletta che ho dato quello stronzo di gatto ieri sera, che ha pensato bene di non mangiare. A quanto pare non gli piacciono le scatolette al pollo.
Mentre guardo le formiche penso che forse un giorno sarò costretto anche io a mangiare scatolette al pollo. Non mi posso permettere manco più le sigarette.
Fumo. Devo fumare.
Mi accendo una Pall Mall blu. Prendo il barattolo con l’aria compressa e comincio ad ammazzare con un getto preciso e ben direzionato una formica alla volta.
Prima penso che sono soldi ben spesi, poi mi sento in colpa. 
Ti immagini a essere una formica? Stai tipo cercando di portare a casa ai tuoi figli un pezzo di fottuto pollo che un gatto di merda non ha voluto, non è che stai rubando, eh. E poi arriva un coglione annoiato che decide di farti fuori. E i tuoi figli cosa penseranno? Si sentiranno in colpa. Se fossero stati abbastanza grandi magari sarebbero morti loro, mentre cercavano di procacciarsi il cibo. Adesso il più grande sarà costretto a trovarsi un lavoro da formica operaio, sottopagato, per permettere a suo fratello di continuare gli studi.
“Certo che ne pensi di stronzate, ragazzino!”
La voce di Atropo mi sorprende che sono ancora in pigiama e canottiera, chinato per terra a quattro zampe, con un mozzicone di sigaretta in bocca e in mano l’arma del delitto. Mi sento patetico.
La guardo dalla mia ingloriosa posizione.
“Da dove sei entrata?”
“Sono come i vampiri: dopo che mi hai invitato a entrare posso fare quello che voglio.”
“Davvero funzionano così i vampiri?”
“Non lo so.”
Mi alzo da terra e mi pulisco le ginocchia. Quel pigiama è rotto e macchiato, forse dovrei metterlo a lavare.
Spengo la sigaretta in un bicchiere di carta pieno d’acqua.
“Giochi a fare il Dio, Al?” Mi chiede la rossa, e pronuncia il mio nome come se volesse ansimarlo.
“Pensavo che ti facessi viva solo di notte. Com’è che sono le cinque e mezza e già rompi il cazzo?”
“Non devi mai dare per scontato le cose. Io vado e vengo come mi pare”.
Si siede sul tavolino minuscolo della cucina, che neppure scricchiola. È un coso pieghevole che ho preso da Ikea. Adriano l’ha dovuto montare lui perché io non ne ero capace, e comunque non mi ha mai dato l’impressione di essere molto solido, perché quando mi ci appoggio coi gomiti per mangiare lo sento pericolante. Invece sotto al peso di quella donna tutta forme non sembra vacillare nemmeno per un attimo.
“Al…”
“Che vuoi?”
“Perché tuo padre non è tuo padre?”
“Perché ha deciso che io non sono un buon figlio”.
Le rispondo indispettito e me ne vado dalla stanza sperando di non trovarmela avanti al cazzo ancora. Lo so che tanto è solo nella mia testa.
Vado al cesso e mi tolgo la canottiera. Mi tolgo pure il pantalone e le mutande e le infilo nel cesto di roba sporca che forse un giorno laverò, o riprenderò così com’è quando non avrò altro da mettermi.
Apro la tenda della doccia e mi ritrovo Atropo, sempre vestita di nero, sempre strizzata nel tubino, sempre con il cappellino da lutto.
“Che diavolo ci fai qui dentro?”
“Ti perseguito, no?”
Mi copro il pisello e mi sento ancora più ridicolo.
“Oh, andiamo, timidone…”
Mi si sporge addosso. Mi mette due mani fredde sulle spalle e poggia la fronte sulla mia.
Il suo cappellino è ruvido sulla mia pelle. Attraverso la veletta guardo gli occhi verdi di… chi cazzo è Atropo? È davvero la morte?
“Dovresti mettere un po’ di ordine nella tua testolina, ragazzino…”
Con la coda dell’occhio guardo l’asciugacapelli lasciato a terra vicino al bidet. Poi guardo la vasca da bagno. C’è una presa non troppo distante, dove dovrei tenere attaccato lo spazzolino da denti elettrico.
“Non lo farai”. Mi dice Atropo.
Poi mi sembra di vedere annebbiato per qualche attimo. Sento freddo.
Mi accascio contro il muro e faccio cadere un barattolo di borotalco che non aveva più niente dentro.
Il rumore mi da sui nervi tanto da farmi riprendere.
Atropo non c’è più.
Mi butto sotto la doccia e basta.