lunedì 13 luglio 2015

Chameleon's Dish - Capitolo VIII
















Formicaio.

Carmela scrive uno status su Facebook in cui dice che adora taralli e birra a Mergellina.
Non credevo che le ragazze si conquistassero ancora in questo modo. 
Quando l’ho portata lì mi sono sentito abbastanza in colpa. Quando stavo con Maria quella era la cosa che finivamo a fare quando avevamo bisogno di parlarci un po’.
Lei mi portava vicino al mare per farmi pensare. Diceva che quando guardavo il mare i miei occhi si facevano scuri, i miei pensieri torvi e a lei veniva una gran voglia di tirarmi fuori le parole succhiandomi le labbra.
Avevo portato Carmela lì perché avevo voglia di essere il più lontano possibile dalla mia Bionda e il più vicino possibile ai miei pensieri torvi. Non avrei mai sperato di avere tanto successo.
Le amiche di Carmela scrivono sotto al suo post che vogliono sapere tutto. Lei risponde che è uscita con un tipo misterioso che ha un sacco di storie da raccontare (e poi ci infila un sacco di cuoricini prima e dopo). Mi viene da ridere, perché non ricordo di averle raccontato un cazzo. Credo solo di essermi sparato un sacco di pose, e poi a me riesce bene di fare il poeta maledetto, soprattutto con una ragazzina che non vede l’ora di farsi male.
Il suo post è lì, messo a galleggiare come una trappola. So che lei vorrebbe che io commentassi, e so perfettamente che non lo farò. Non mi piacciono queste cose.
Sto passando un pessimo pomeriggio tiepido davanti al computer. I tasti che Adriano mi ha messo a posto non sono più quelli di una volta. Quando ci batto le dita sopra li sento con un suono diverso, una specie di rimprovero. La bomboletta dell’aria compressa mi guarda male da un angolo della scrivania.
Decido che Ho passato troppo tempo davanti a Facebook e mi metto a guardare dei video di Rihanna che si dimena mezza nuda e per qualche istante penso che le vorrei mangiare il culo.
Il mio libro è a un punto morto. Sto scrivendo di un investigatore che cerca di risolvere il mistero di alcuni bambini fatti a pezzi e ritrovati in alcuni punti della città. Il fatto che io abbia ambientato questa storia a Napoli la rende molto poco credibile. Niente, l’investigatore è finito a un punto morto e forse questo è dovuto al fatto che ancora non ho capito perché hanno rapito i bambini, perché li hanno uccisi e soprattutto perché li hanno sparsi in giro per la città.
Cioè, ci si aspetta che uno che voglia fare lo scrittore sappia cosa voglia scrivere. E invece io no, perché mi sono fissato sull’immagine di un bambino fatto a pezzi e volevo parlare di quello, poi la storia ci sarebbe nata attorno piano piano. E mi sbagliavo, perché forse questa è una storia che da me non vuole essere scritta.
Dopo aver descritto minuziosamente lo studio dell’ispettore Massa, che è sostanzialmente simile a qualsiasi altro studio di ispettore della letteratura di questo genere, e inspiegabilmente simile alla mia casa attuale, chiudo il computer e metto mano alla bomboletta di aria compressa.
Sulle istruzioni d’uso c’è scritto che non si deve usare troppo da vicino. Forse avrei dovuto leggere quelle cose prima di sperimentarlo sulla mia preziosa tastiera. Mi chiedo cosa succeda se me lo punto in un occhio e sparo.
Fuori il tempo è bello, fa caldo, e qualcuno giù nel vicolo fuma erba facendomi venire voglia pure a me.
Delle formiche hanno fatto tana all’angolo del balcone che dà sul terrazzo. Si infilano nei muri, secondo me devono avere un universo immenso nelle intercapedini di tufo di questa casa vecchia. Adesso si stanno fottendo buona parte della scatoletta che ho dato quello stronzo di gatto ieri sera, che ha pensato bene di non mangiare. A quanto pare non gli piacciono le scatolette al pollo.
Mentre guardo le formiche penso che forse un giorno sarò costretto anche io a mangiare scatolette al pollo. Non mi posso permettere manco più le sigarette.
Fumo. Devo fumare.
Mi accendo una Pall Mall blu. Prendo il barattolo con l’aria compressa e comincio ad ammazzare con un getto preciso e ben direzionato una formica alla volta.
Prima penso che sono soldi ben spesi, poi mi sento in colpa. 
Ti immagini a essere una formica? Stai tipo cercando di portare a casa ai tuoi figli un pezzo di fottuto pollo che un gatto di merda non ha voluto, non è che stai rubando, eh. E poi arriva un coglione annoiato che decide di farti fuori. E i tuoi figli cosa penseranno? Si sentiranno in colpa. Se fossero stati abbastanza grandi magari sarebbero morti loro, mentre cercavano di procacciarsi il cibo. Adesso il più grande sarà costretto a trovarsi un lavoro da formica operaio, sottopagato, per permettere a suo fratello di continuare gli studi.
“Certo che ne pensi di stronzate, ragazzino!”
La voce di Atropo mi sorprende che sono ancora in pigiama e canottiera, chinato per terra a quattro zampe, con un mozzicone di sigaretta in bocca e in mano l’arma del delitto. Mi sento patetico.
La guardo dalla mia ingloriosa posizione.
“Da dove sei entrata?”
“Sono come i vampiri: dopo che mi hai invitato a entrare posso fare quello che voglio.”
“Davvero funzionano così i vampiri?”
“Non lo so.”
Mi alzo da terra e mi pulisco le ginocchia. Quel pigiama è rotto e macchiato, forse dovrei metterlo a lavare.
Spengo la sigaretta in un bicchiere di carta pieno d’acqua.
“Giochi a fare il Dio, Al?” Mi chiede la rossa, e pronuncia il mio nome come se volesse ansimarlo.
“Pensavo che ti facessi viva solo di notte. Com’è che sono le cinque e mezza e già rompi il cazzo?”
“Non devi mai dare per scontato le cose. Io vado e vengo come mi pare”.
Si siede sul tavolino minuscolo della cucina, che neppure scricchiola. È un coso pieghevole che ho preso da Ikea. Adriano l’ha dovuto montare lui perché io non ne ero capace, e comunque non mi ha mai dato l’impressione di essere molto solido, perché quando mi ci appoggio coi gomiti per mangiare lo sento pericolante. Invece sotto al peso di quella donna tutta forme non sembra vacillare nemmeno per un attimo.
“Al…”
“Che vuoi?”
“Perché tuo padre non è tuo padre?”
“Perché ha deciso che io non sono un buon figlio”.
Le rispondo indispettito e me ne vado dalla stanza sperando di non trovarmela avanti al cazzo ancora. Lo so che tanto è solo nella mia testa.
Vado al cesso e mi tolgo la canottiera. Mi tolgo pure il pantalone e le mutande e le infilo nel cesto di roba sporca che forse un giorno laverò, o riprenderò così com’è quando non avrò altro da mettermi.
Apro la tenda della doccia e mi ritrovo Atropo, sempre vestita di nero, sempre strizzata nel tubino, sempre con il cappellino da lutto.
“Che diavolo ci fai qui dentro?”
“Ti perseguito, no?”
Mi copro il pisello e mi sento ancora più ridicolo.
“Oh, andiamo, timidone…”
Mi si sporge addosso. Mi mette due mani fredde sulle spalle e poggia la fronte sulla mia.
Il suo cappellino è ruvido sulla mia pelle. Attraverso la veletta guardo gli occhi verdi di… chi cazzo è Atropo? È davvero la morte?
“Dovresti mettere un po’ di ordine nella tua testolina, ragazzino…”
Con la coda dell’occhio guardo l’asciugacapelli lasciato a terra vicino al bidet. Poi guardo la vasca da bagno. C’è una presa non troppo distante, dove dovrei tenere attaccato lo spazzolino da denti elettrico.
“Non lo farai”. Mi dice Atropo.
Poi mi sembra di vedere annebbiato per qualche attimo. Sento freddo.
Mi accascio contro il muro e faccio cadere un barattolo di borotalco che non aveva più niente dentro.
Il rumore mi da sui nervi tanto da farmi riprendere.
Atropo non c’è più.
Mi butto sotto la doccia e basta.


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